Cos'è la Vulvodinia
Intervista a Chiara Serafini
Una donna su sette soffre di vulvodinia.
La vulvodinia ha basi biologiche e può diventare malattia cronica ma spesso è etichettata come malattia psicogena, cioè disturbo originato principalmente da fattori psichici. Il risultato? Di vulvodinia si parla pochissimo, come poco si parla di altre malattie riferite alla sfera intima. Cos'è la vulvodinia è una domanda che si fanno molte donne, soprattutto si chiedono come guarire. Donne che desiderano vivere serenamente ma sono bloccate da dolori che restano per anni senza risposte, come è accaduto a Chiara Serafini, autrice del libro Guarire dalla vulvodinia un testo che si legge tutto d'un fiato come un diario di bordo, il diario di un viaggio che porta verso un lieto fine.
Con molta forza e determinazione l'autrice ha esplorato e sperimentato una varietà di approcci, spesso fatta di ascolto amorevole del proprio corpo mente e spirito, fino a trovare una via per uscire dalla spirale del dolore. L'autrice di Guarire dalla vulvodinia ci racconta il suo percorso nell'intervista che leggi qui sotto:
- Nel libro Guarire dalla vulvodinia racconta il suo personale percorso di comprensione e superamento di una patologia importante, frequente, che fatica a trovare il giusto ascolto da parte degli operatori del settore. Per quale motivo accade questo?
Si fa fatica ad avere una diagnosi in tempi brevi perché per decenni siamo stati abituati a sintomi da manuale, diagnosi consequenziali e protocolli curativi. Una malattia che abbraccia più sintomatologie e che porta in sé un aspetto somatico importante è difficile da inquadrare. Ancora peggio quando l’aspetto psicosomatico prende sfumature improprie da malattia mentale data da ansia e stress. Quell’ansia sarebbe da indagare e non da liquidare insieme alla paziente. Il punto è solo uno: bisogna cercare soluzioni, non definizioni.
La medicina, per quanti passi in avanti abbia fatto, si è allontanata tantissimo dall’essere umano con un vissuto integrato proprio in quel connubio mente-corpo-anima che fa la sua unicità, sintetizzandolo sotto la categoria di paziente anonimo. E la cura del sintomo quasi mai guarisce il paziente. Nel caso della vulvodinia, la cura, spesso nemmeno placa il sintomo. Nella ricerca della diagnosi manca l’ascolto profondo della persona, e, nella ricerca della cura, la prospettiva è ridotta al sintomo manifesto nella parte. Fortunatamente, alcuni medici stanno tornando a considerare “il tutto”, includendo le emozioni come parte integrante del corpo e quindi rilevanti in un percorso di guarigione. Ma senza andare così tanto oltre, anche semplicemente stando sul corpo, si guarda ancora troppo alla parte, siamo ancora considerati la somma di parti frammentabili quando invece siamo un unicuum inscindibile.
Di vulvodinia si parla ancora poco perché siamo inserite in un sistema che ci vuole prestanti in tutti i campi, al lavoro, in famiglia e non si viene comprese quando lo si racconta. La situazione viene sminuita e allora rischi anche di sentirti inadeguata e tiri avanti facendo quello che la società si aspetta. Alcune donne mi commentano “ se questo problema avesse riguardato gli uomini la ricerca avrebbe fatto molto di più|”. Questo non posso dirlo ma di sicuro, anche se se ne parla ancora meno, problemi di dolore pelvico cronico iniziano a riguardare anche una grossa fetta al maschile.
- Dopo numerosi tentativi in ambito medico, come spiega nel testo, il primo spiraglio di luce le viene fornito dalla respirazione diaframmatica. Secondo la sua esperienza, cosa ha comportato spostare l'attenzione sulla respirazione profonda? Modificare la respirazione quale influenza ha avuto sul corpo e sulla mente?
Se siete praticanti di yoga e meditazione forse avete sentito dire che, attraverso l’attenzione al respiro e, in particolare, con una attivazione diaframmatica si passa dal sistema simpatico a quello parasimpatico. In pillole: si calma la mente e il corpo può attivare le sue funzioni riparatrici. In situazioni di forte stress, il sistema immunitario viene inibito. Tutto funziona magistralmente quando dopo uno stress forte si ritorna alla quiete. I problemi sorgono quando non si scende mai sotto quella soglia quotidiana di stress cronico. Non è uno stress acuto ma una modalità di vita senza pause dove bisogna portare a termine troppi compiti per il fine giornata e lo si fa perenne stato di pressione. Per disinnescare questo meccanismo, fermarsi a respirare è di fondamentale importanza.
Ma c’è molto di più!
Respirare “con la pancia” ci aiuta ad entrare in un sistema “rest and digest” o vagale o parasimpatico ma per avere benefici reali sul pavimento pelvico bisogna uscire dalla confusione occidentale per cui respirare con la pancia voglia dire respirare con il diaframma. Correggere questa distorsione è stata una missione nelle mie lezioni di yoga, pilates e posturale: è solo con un’ attivazione piena a 360° del diaframma che si riesce a disinnescare la perenne tensione pelvica allenando la percezione interna, la consapevolezza l’enterocezione e la propriocezione - o quale aspetto si preferisca, a percepire l’espandersi del diaframma pelvico insieme a quello toracico nell’atto dell’inspirazione. In questo modo, si può usufruire di reali ripercussioni benefiche a livello fisico-strutturale e mentale-emozionale che spianano la strada alla guarigione.
Di fatto, i primi quattro incontri del metodo da me elaborato, e che ho battezzato Mo.Co.CHI™, sono incentrati interamente sullo sblocco del diaframma.
- Nel libro racconta quanto sia importante spezzare il circolo vizioso che ha come base la paura, può spiegarci meglio?
Avete presente l’espressione “mi si è presa una stretta”?
Beh, una stretta di cosa? L’espressione fa chiaramente riferimento alla muscolatura pelvica posteriore.
Ed è proprio così, la paura favorisce fisicamente la tensione pelvica posteriore. Muscoli intorno al sacro e all’ano contratti, come spiego nel libro, mettono in sofferenza il sistema di innervazioni (leggi: nervo pudendo, sciatico per es.). E siamo solo sul piano fisico.
Sul piano dell’attività cerebrale, avere perennemente paura di stare male ci porta in quel sistema attacca-fuggi-fingiti morto, di cui parlavamo in precedenza e perciò in uno stato di stress permanente. Il sistema parasimpatico, rest and digest non può entrare in azione.
Sul piano energetico, più si ha paura di una cosa, più la si attrae poiché l’immagine che temiamo è ben fissa nella nostra mente e l’emozione che proviamo è molto elevata: la paura, appunto.
So che sono molte informazioni in poche righe ma sono livelli differenti e simultaneamente validi che ognuno può approfondire facendo le proprie ricerche o leggendo il libro Guarire dalla vulvodinia. C’è molto da dire in proposito.
- Nel superamento di patologie come la vulvodinia, perché è importante osservarsi da lontano per comprendere le proprie reazioni nelle vicende di tutti i giorni?
Banalmente, perché prendere le distanze aumenta la possibilità di far entrare nel campo visivo maggiori dettagli.
Se rimaniamo strettamente concentrati sul sintomo e sul dolore finiamo col vedere solo la disperazione.
Da quell’abisso iniziamo a sperare che arrivi la figura eroica dall’esterno a salvarci mentre rinunciamo ad agire qualsiasi possibilità possa invece essere nelle nostre mani. A volte, non si crede nemmeno di avere delle possibilità. Allontanarsi significa riuscire a discernere qualche possibilità in più, a vedere la cornice intorno al quadro disastroso della sofferenza e a capire, per esempio, che stiamo sopportando una situazione lavorativa che ci reprime, un contesto familiare in cui non ci riconosciamo, che stiamo evitando un trauma infantile irrisolto, che camminiamo senza davvero sfruttare la spinta del piede a terra e che azioniamo una stretta pelvica intensa, perenne e finora inconscia.
Allargare il focus vuol dire partire dalla parte dolorante per espandersi al corpo intero, alla mente, alle emozioni, alle ferite dell’anima. La via della guarigione è un meraviglioso puzzle.
- Pratiche come yoga e meditazione sono state per lei una fonte di sostegno: in quale modo queste tecniche possono essere d'aiuto nella cura della vulvodinia?
Lo yoga è stato d’aiuto nel momento in cui ho individuato quell’attivazione necessaria e funzionale (fulcro del metodo Mo.Co.CHI™) a far sì che lo yoga fosse utile e non controproducente. Per fare un esempio comprensibile, immaginiamo un guerriero due (posizione yoga) stabilizzato con la stretta pelvica invece che con la spinta del piede a terra. Percepito “ da Dentro” l’effetto sarà molto differente e glutei e adduttori non lavoreranno un granché mentre il pavimento pelvico continuerà a rinforzarsi. L’ipertono pelvico ha una parte da protagonista nella vulvodinia. Il Metodo Mo.Co.CHI lavora sugli schemi di attivazione inconscia al fine di individuare e destrutturare quelli disfunzionali per poi “riprogrammarsi” correttamente esercitandosi con costanza su una pre-attivazione volontaria e corretta. Si tratta di sviluppare nuove connessioni mente-corpo. Con il tempo e la reiterazione guidata si porta nell’inconscio lo schema corretto e allora fare yoga diventa utile. Ma a quel punto diventa utile anche fare una camminata o altro tipo di movimento che ci appassioni e che in passato aveva costituito veicolo di peggioramento della nostra sintomatologia.
Avendo parlato con persone alle quali è capitato di sentirsi peggio dopo aver effettuato esercizi assegnati da fisioterapisti posso affermare che fare luce sui propri schemi di attivazione istintivi e inconsci è propedeutica fondamentale per affrontare una qualsiasi disciplina consigliata, in modo che essa non rischi di risultare controproducente. Questo è stato il mio percorso che ho messo a servizio di chi vuole leggere il libro e lavorare in autonomia e di chi è interessato ad essere guidato in una formazione Mo.Co.CHI con me.
La meditazione è un potente strumento di evoluzione personale. Di per sé è un potente antidolorifico naturale. Uno studio (e non è l’unico) pubblicato dal Journal of Neuroscience afferma che la meditazione è in grado di influenzare l’attività delle aree cerebrali che controllano lo stimolo doloroso abbassandone l’intensità.
La meditazione mi è stata sicuramente di sostegno nei vari modi che illustro nel libro e ha fatto da apripista a quel viaggio di consapevolezza interna che ha portato alla nascita del metodo di cui sopra.
- Oggi quale consiglio si sente di dare alle persone affette da sintomi che rimandano a malattie come vulvodinia, neuropatia del pudendo, fibromialgia, endometriosi?
Se dovessi darne solo uno sarebbe quello di uscire dalla convinzione che non si può guarire perché i nostri pensieri fanno la nostra realtà.
Visto che posso aggiungere altro direi di leggere il libro e, in ogni caso, di cercare di recuperare un ascolto profondo della propria anima, del proprio sé. Considerarsi. Partire dall’ io valgo e merito di stare bene. E poi, per chi fosse pronto ad impegnarsi con pratiche quotidiane in prima persona, di fare il percorso Mo.Co.CHI™ dove sono confluite nozioni e sperimentazioni di vent’anni di ricerca disponibili in qualche mese di apprendimento.



